Una raccolta

Frasi e citazioni sui fiori

15 citazioni scelte a mano

«Che cosa c'è in un nome? Ciò che chiamiamo rosa, con un altro nome avrebbe lo stesso profumo»: la domanda di Giulietta a William Shakespeare regala alla rosa il ruolo di fiore più citato della letteratura occidentale, quello a cui si affida per parlare non di petali ma di essenza. Umberto Eco chiude «Il nome della rosa» allo stesso modo, con un verso latino — «Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus» — che dice l'opposto e lo stesso: della rosa antica resta solo il nome.

È un fiore che torna spesso come immagine più che come pianta: nell'«Orlando furioso» di Ludovico Ariosto descrive la carnagione di una dama, «misto color di rose e di ligustri», e in «Storie di cronopios e di fama» di Julio Cortázar diventa il paradosso di un regalo — un orologio come «un piccolo inferno fiorito, una catena di rose». Cormac McCarthy, in «Meridiano di sangue», usa invece il fiorire come metafora del culmine di una vita, che per l'uomo coincide già con l'inizio del suo tramonto.

E poi ci sono i fiori come presenza reale, quasi un gesto quotidiano: la signora Dalloway di Virginia Woolf che apre il romanzo annunciando che i fiori per la festa «li avrebbe comprati lei», o Voltaire che nel «Candido» affida a un giardino — «bisogna coltivare il nostro giardino» — la morale di un intero romanzo filosofico. Mario Rigoni Stern, ne «Uomini, boschi e api», chiude il cerchio riportando i fiori alla loro forma più semplice: i ciliegi in primavera, e le api che ne raccolgono il nettare.

Ci sono poi i fiori come lezione e come origine. Antoine de Saint-Exupéry fa dire al piccolo principe, ripensando alla propria rosa, che un fiore non va ascoltato ma guardato e respirato; Rabindranath Tagore, in «Uccelli migranti», ne fa un'immagine di ciò che è bello e passeggero, da non trattenere lungo il cammino. Emily Dickinson accompagna in dono una rosa colta per strada con una manciata di versi, ed Ovidio, nelle «Metamorfosi», racconta come sia nato il narciso: dal corpo del giovane innamorato del proprio riflesso, morto senza mai riuscire a possederlo.

Due poeti italiani coevi affidano ai fiori l'apertura stessa dei loro versi. Giovanni Pascoli, ne «Il gelsomino notturno», fa aprire i fiori notturni nell'ora in cui pensa ai suoi cari, veglia silenziosa sulla notte di nozze di un amico. Gabriele D'Annunzio, ne «L'oleandro» da Alcyone, chiede a tre donne dai nomi mitologici quale abbia già ascoltato, fra gli oleandri sul mare, il racconto di Dafne — qui trasformata non in alloro ma proprio in un oleandro, inseguita da Apollo lungo la costa.

Le righe di questa raccolta