Una raccolta

Frasi e citazioni sul cibo

15 citazioni scelte a mano

Nel Decameron, Giovanni Boccaccio racconta di Federigo degli Alberighi, che per onorare la donna amata arrostisce l'unico bene che gli resta — il proprio falcone, «degno cibo» servito su un tagliere. È forse la prima volta in cui la letteratura italiana fa del cibo un gesto che dice più di mille parole, e da lì il tema non ha smesso di tornare, sotto forme molto diverse fra loro.

C'è il cibo come misura della povertà e della dignità: Knut Hamsun intitola «Fame» il romanzo di un uomo che affronta la fame di Christiania restando, a tratti, incapace di invidiare chi non la conosce; Herta Müller, nel «Paese delle prugne verdi», la lega a un ricordo d'infanzia venato di pericolo, e altrove annota la massima di sua madre: «il freddo è peggiore della fame», «una patata calda è un letto caldo». Charles Bukowski, in «Post Office» e in «Factotum», ne fa quasi un principio fisiologico: il cibo tiene in piedi i nervi e lo spirito, la sua assenza si sente come quella dell'acqua.

C'è il cibo come cultura e identità, nel modo in cui Vasco Pratolini fa del vino toscano — «I fiorentini amano il vino» — un tratto quasi etnografico dei suoi personaggi, alla pari del caffè dei napoletani o della birra dei tedeschi. Charles Baudelaire, ne «Lo spleen di Parigi», ne fa invece un rimedio universale: bisogna essere sempre ubriachi, scrive, «di vino, di poesia o di virtù», pur di non sentire il peso del tempo. E c'è il cibo come metafora filosofica: Epitteto, nel «Manuale», paragona la vita a un banchetto in cui bisogna sapere allungare la mano solo quando la portata arriva, senza afferrare oltre il proprio turno — mentre nel «Paese delle meraviglie» di Lewis Carroll un coccodrillo canta la gioia feroce del «pasto agognato», e il cibo torna a essere quello che è sempre stato anche nella fiaba: fame, attesa, appetito.

C'è infine il cibo come rito quotidiano e come sapere condiviso. Italo Calvino, in «Marcovaldo», racconta la piccola tragedia di tre cene di fila a base di salsiccia e rape, comprate in eccesso dalla moglie Domitilla — un dispiacere minimo ma vero, di quelli che scandiscono la vita di una famiglia povera in periferia. Pellegrino Artusi apre invece «La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene», il libro di ricette che secondo lo storico Piero Camporesi fece per l'unità culturale dell'Italia più dei «Promessi sposi», dichiarando che nutrirsi è, insieme alla riproduzione, una delle due funzioni fondamentali della vita.

Il cibo può anche essere il segno di una fame collettiva o di una scelta di vita. Alessandro Manzoni, ne «I promessi sposi», racconta l'assalto al forno delle grucce durante la carestia milanese: un uomo grida il proprio diritto al pane, l'addenta, e in un attimo la folla si getta sulle gerle. Elsa Morante, ne «L'isola di Arturo», affida invece a un personaggio secondario, l'Amalfitano, una filosofia opposta: meglio accontentarsi di solo pane, purché non guadagnato con un mestiere, che vivere ricchi ma non liberi. E c'è il cibo come conseguenza comica: nell'incipit de «Il ladro di merendine» di Andrea Camilleri, il commissario Montalbano si risveglia avvolto nelle lenzuola come una mummia, colpa di un'abbondante cena a base di sarde a beccafico consumata la sera prima.

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