Una raccolta

Frasi e citazioni sulla musica

14 citazioni scelte a mano

«Senza musica la vita sarebbe un errore», scrive Nietzsche ne «Il crepuscolo degli idoli», ed è la frase che tiene insieme queste pagine: qui la musica non è mai un rumore di sottofondo, ma il soggetto vero della citazione. Lo è per E.T.A. Hoffmann, che nella sua recensione della Quinta Sinfonia di Beethoven — testo fondativo dell'estetica romantica — la definisce l'arte che conduce «fuori dalla vita, nel regno dell'infinito». Lo è per Paul Verlaine, che apre il suo manifesto simbolista «Art poétique» dichiarando che la musica viene «prima di tutto», anche prima delle parole con cui la poesia è fatta.

C'è poi chi la musica la fa suonare dentro un romanzo. Il pianista Novecento di Alessandro Baricco, che non scende mai dalla nave su cui è nato, spiega la propria scelta con la metafora degli ottantotto tasti di un pianoforte: finiti, eppure capaci di una musica infinita — e la sua, quando smette di suonare, «non c'è più per sempre». Il contrabbassista solista del monologo di Patrick Süskind, chiuso nella sua stanza insonorizzata, cita a memoria un pensiero di Goethe: la musica è «così in alto che nessuna mente può afferrarla».

Non sempre, però, la musica consola. Nel negozio di dischi di «Alta fedeltà» di Nick Hornby, il proprietario si chiede se siano le persone infelici ad amare la musica pop, o se sia la musica pop a renderle infelici — e conclude che chi la mette al primo posto, prima ancora dell'amore, forse non riuscirà mai davvero a chiarire la propria vita sentimentale.

Due voci raccontano invece la musica come giudizio e come forma. E.M. Forster apre un capitolo di «Casa Howard» dichiarando la Quinta di Beethoven «il rumore più sublime che abbia mai penetrato l'orecchio dell'uomo» — capace di parlare a ogni tipo di ascoltatore in modo diverso. Thomas Mann, in «Doctor Faustus», fa spiegare a un organista perché Beethoven non scrisse un terzo tempo per la sua ultima sonata per pianoforte: il secondo aveva già detto tutto, e chiuderla lì era la sola scelta possibile.

Due voci arrivano infine dall'ascolto. Marcel Proust, ne «Alla ricerca del tempo perduto», si chiede se un'emozione musicale così pura non debba per forza corrispondere a una realtà spirituale — la stessa domanda che lo aveva già inseguito anni prima nella «piccola frase» di una sonata di Vinteuil. Haruki Murakami, in «1Q84», racconta invece come sia mutata nei secoli la fortuna del compositore Telemann, ammiratissimo nel Settecento e poi liquidato con disprezzo: la prova che nessuna reputazione artistica, per quanto solida, resta fissata per sempre. Giovanni Verga, ne «I Malavoglia», fa cantare Mena «come uno stornello» mentre lavora accanto alla madre nella casa nuova: a diciotto anni, spiega il narratore, gli uccelli cantano nel cuore, e il canto non ha bisogno d'altre ragioni.

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